L'esorcismo di Hannah Grace

2018, Horror

L’esorcismo di Hannah Grace, la recensione: l’obitorio diabolico

La recensione dell'horror L'esorcismo di Hannah Grace, racconto di una macabra notte in un obitorio.

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L'esorcismo di Hannah Grace è un film horror diretto da Diederik Van Rooijen e scritto da Brian Sieve. Protagonista della vicenda è Megan Reed (Shay Mitchell), un'ex-poliziotta alle prese con problemi di dipendenza in seguito a un'esperienza traumatica sul lavoro. Con l'aiuto di Lisa (Stana Katic), un'amica infermiera, Megan ottiene un incarico all'obitorio, dove le viene affidato il turno di notte. Per lei è l'ambiente ideale per riprendersi, o almeno lo sarebbe fino al momento in cui, tra i vari cadaveri, spunta quello di Hannah Grace (Kirby Johnson), una ragazza morta in circostanze misteriose in seguito a un esorcismo. Mentre Megan si rende conto di ciò che sta accadendo, tutto l'edificio ospedaliero diventa un teatro dell'orrore, in mano ad una forza del male che non ne vuole proprio sapere di morire...

Un titolo ingannevole

È un po' fuorviante il titolo L'esorcismo di Hannah Grace, assegnato per l'uscita dell'esordio americano del regista olandese Diederik Van Rooijen in alcuni mercati stranieri (oltre all'Italia, anche la Francia e la Lituania). Un nome che rimanda non solo a un determinato sottogenere dell'horror, ma anche a un film in particolare, uscito nel 2005, un horror ispirato ad una storia realmente accaduta: The Exorcism of Emily Rose, un legal thriller incentrato sulle conseguenze di un esorcismo andato storto, con il processo al prete che eseguì il rito (mostrato in dettaglio tramite numerosi flashback). Anche qui ci scappa il morto, e questo già nel prologo, ma il tentativo di estirpare il demone occupa una posizione minore, limitata appunto alla sequenza che precede i titoli di testa: l'importante è la permanenza del maligno all'interno della giovane vittima, come afferma il titolo originale The Possession of Hannah Grace. Una permanenza che va al di là della morte fisica del corpo umano (difatti il titolo di lavorazione era Cadaver, usato per altri mercati fuori dagli USA), ed è di conseguenza accostabile a un altro horror americano con regista europeo recentemente arrivato nelle sale: Autopsy, anch'esso dominato da un avversario apparentemente immobile che mette alla prova il personale di un obitorio.

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Una trama lineare per tematiche non facili

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Quello che invece nessuno dei tre titoli comunica è l'appartenenza del film ad un ulteriore sottogenere, in voga nell'ambiente produttivo americano da circa due decenni: quello dell'horror (solitamente) a basso budget (in questo caso tra i 6 e i 9 milioni di dollari) dove il ruolo principale è affidato a una giovane attrice di estrazione televisiva. Qui tocca a Shay Mitchell, dal 2010 al 2017 una delle protagoniste di Pretty Little Liars e lo scorso anno comprimaria della prima stagione di You. A lei spetta il ruolo della poliziotta tormentata, la cui vita viene sconvolta quattro volte: dal trauma che l'ha costretta a lasciare il lavoro, dalla sua dipendenza dai farmaci, dalla rottura con il fidanzato e dall'incontro con Hannah. E a lei e alla sua avversaria non morta viene affidato il fulcro emotivo di un film dalla trama che esplora temi non facili con un andamento lineare e superficiale, rispondendo a tutte le domande senza lasciare alcuna sfumatura di ambiguità che, data la premessa, sarebbe più che benvenuta (la linearità diventa problematica anche a livello strutturale, poiché lo spettatore che ha già assistito alla sequenza iniziale dell'esorcismo si ritrova costretto ad aspettare che i personaggi arrivino alle conclusioni logiche necessarie per alimentare una suspense che altrimenti risulta assente).

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Il buio dell'anima

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Attorno a questo conflitto a distanza - geografica e temporale - Van Rooijen e lo sceneggiatore Sam Bries (Scream) costruiscono un microcosmo claustrofobico e sterile, prigione fisica e spirituale di personaggi danneggiati, le cui convinzioni per lo più scientifiche sono le principali vittime di quello che, al netto di alcune particolarità proprie a questo film, alla fine non è altro che il villain di uno slasher sotto mentite spoglie. La protagonista vuole andare oltre ma non riesce ad allontanarsi del tutto da ciò che era, così come il lungometraggio stesso, pur puntando a qualcosa di più profondo, rimane legato a stilemi old school che, sulla falsa riga di Hannah Grace, non possono e non vogliono morire. E il vero demone, a conti fatti, è la logica del mercato, che si impossessa di un copione cadaverico e ci tormenta non con il pericolo di una morte imminente, bensì la consapevolezza che ogni traccia di orrore vero, viscerale, disturbante, è stata epurata in nome dell'ennesima maratona di jump scare. Con la differenza che noi, al contrario di Megan, non siamo lì per una notte intera, ma solo per ottanta minuti scarsi (esclusi i titoli di coda).

L’esorcismo di Hannah Grace, la recensione:...
Max Borg
Redattore
2.0 2.0
Cinecittà World
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