Black Earth Rising

2018

Black Earth Rising, la recensione: su Netflix, il genocidio del Ruanda raccontato con sensibilità

La recensione di Black Earth Rising, la serie creata da Hugo Blick in arrivo su Netflix che affronta il dramma del genocidio del Ruanda.

Black Earth Rising, dopo la messa in onda nel Regno Unito, arriva su Netflix per affrontare con sensibilità e intelligenza una tragica pagina di storia fondendo il dramma personale di una giovane donna con gli aspetti politici internazionali legati al genocidio avvenuto in Ruanda. Hugo Blick, il creatore della serie tv, prosegue il lavoro compiuto con The Honourable Woman che lo ha fatto avvicinare ai dettagli dei processi ai criminali di guerra e, in questa occasione, affronta il rapporto tra l'Occidente e gli stati africani riuscendo a trovare la distanza necessaria a rendere il racconto ricco di sfumature, coinvolgente e stimolante.

Scrivere una recensione di Black Earth Rising evitando ogni tipo di spoiler risulta un po' complicato, tuttavia non rivelare troppi dettagli della trama è necessario per non rovinare la visione degli episodi che riservano molte sorprese ed emozionano in più momenti grazie alle interpretazioni di un cast di grande talento che non esagera mai nel portare in scena personaggi ricchi di sfumature.

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Kate, una ragazza alla ricerca della propria identità

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La protagonista della serie è Kate Ashby, ruolo affidato alla star di Chewing Gum Michaela Coel, una giovane alle prese con una crisi di identità e reduce da un tentativo di suicidio. La ragazza è nata in Ruanda ed è rimasta orfana durante il genocidio, venendo poi adottata dall'avvocato Eve Ashby (Harriet Walter) e crescendo così a Londra. Ormai adulta, Kate non ricorda la propria famiglia e nemmeno la tribù Tutsi in cui viveva. La ragazza non riesce però a trovare un proprio equilibrio a causa dei traumi vissuti durante l'infanzia che hanno lasciato su di lei cicatrici fisiche e psicologiche, situzione che la spinge a cercare la verità sul passato.
Eve, nel frattempo, vuole processare Simon Nyamoya (Danny Sapani), un eroe che ha salvato i Tutsi dagli attacchi degli Hutu e ora, invece, reculta dei soldati bambini. Ad aiutare le due donne sarà Michael, il personaggio affidato a John Goodman, che si ritrova a indagare e gestire una complicata rete di intrighi internazionali in cui è coinvolta anche Alice Munezero (Noma Dumezweni), ex generale e vecchia amica della famiglia Ashby che viene arrestata al suo ritorno in Europa perché so sostiene abbia ucciso un prete francese in Ruanda nel lontano 1994. Kate accetta quindi il compito di difenderla e parte con destinazione Francia, iniziando a seguire una traccia mortale e insidiosa che potrebbe farle perdere la vita e al tempo stesso ritrovare se stessa.

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Affrontare la storia con intelligenza e sensibilità

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Black Earth Rising, fin dai primi minuti della serie, dimostra di voler avvicinarsi agli eventi storici legati al passato con una sensibilità molto rara e lodevole. Le ricostruzioni di quanto accaduto durante il genocidio del Ruanda sono così effettuate utilizzando sequenze animate, dallo stile delicato nonostante la durezza degli eventi raccontati, che non ne nascondono la drammaticità pur offrendone una versione quasi onirica. Lo sceneggiatore aveva già dimostrato in passato di saper gestire narrazioni ricche di significato e dalle tematiche complesse e le sue ricerche legate al processo di Norimberga e alle situazioni in cui sono posti dei criminali di guerra sul banco degli imputati vengono messe a frutto per gettare le basi per un thriller in cui complotti e crimini sono posti alla pari con il percorso di Kate che la fa evolvere da londinese piena di rabbia e frustrazione a una giovane donna consapevole del passato e con lo sguardo orientato al futuro. Gli episodi propongono la giusta dose di elementi politici e analisi psicologica di tutti i personaggi coinvolti nella narrazione, regalando delle interpretazioni di altissimo livello fin dalla rivelazione Michaela Coel che, abbandonato l'umorismo sopra le righe della comedy che le ha regalato la popolarità, dimostra il suo talento con una parte complicata e in cui non mancano i momenti intensi e commoventi, soprattutto nella parte finale della storia che la vede incredibilmente determinata a capire quanto le è accaduto da bambina e far riemergere i ricordi che ha rimosso così a lungo.
Noma Dumezweni è poi passata dall'impegno teatrale in Harry Potter e la Maledizione dell'Erede a un ruolo non privo di insidie nel mostrare le contraddizioni e i dilemmi di chi ha vissuto in prima persona gli orrori di un conflitto e ora assiste a una nuova fase della storia del suo paese, non ancora giunto a una vera pace all'insegna della collaborazione e dai legami internazionali contraddittori e non sempre limpidi.

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John Goodman si è inoltre rivelato la scelta perfetta per l'amabile, e comunque determinato, Michael che cerca di rappresentare una figura paterna per Kate, lasciando alle volte in secondo piano la propria vita privata nonostante il dolore che sopporta quotidianamente con dignità e coraggio lodevoli. Le interazioni tra i tre personaggi si rivelano uno degli elementi maggiormente riusciti della serie e il feeling percepibile tra i membri del cast enfatizza il valore della sceneggiatura, quasi del tutto priva di retorica e passaggi a vuoto.

Il lato umano di una situazione politica

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A rendere particolarmente interessante il progetto televisivo è il modo in cui si dà spazio alla difficile realtà politica di una nazione come il Ruanda dopo tragedie come il genocidio del 1994 che, nonostante il terrificante numero di vite spezzate, è rimasto quasi in ombra tra i media internazionali. Fin dal primo episodio non si nasconde nemmeno la critica all'intervento internazionale con un interessante attacco durante un evento a cui partecipa Eve. Gli elementi legati ai potenziali processi e alla voglia di vendetta si intrecciano alla ricerca di Kate che, episodio dopo episodio, riprende possesso dei tasselli mancanti tra i suoi ricordi del passato, vivendo anche dei momenti strazianti. Blick ha infatti dato uno spazio centrale alla sua ricerca personale nella seconda metà della stagione e Michaela è ben attenta a far crollare progressivamente tutta la sicurezza e apparente freddezza che contraddistinguono il suo personaggio, la cui corazza è il frutto del dolore provato e dall'incapacità di individuare il proprio posto nel mondo. L'attrice dà corpo e anima alla sopravvissuta, facendo avvicinare gli spettatori a orrori ingiustificabili tramite il suo sguardo, a tratti duro e in altri estremamente vulnerabile, mix che fa risultare la narrazione realistica e onesta.
Lo sceneggiatore e regista mantiene il controllo delle varie parti della storia anche nella seconda metà della stagione quando le varie sottotrame si allontanano e la "caccia" al criminale di guerra Patrice Ganimana (Tyrone Huggins) dà vita a molte ramificazioni che, pur legate, si sviluppano in modo indipendente.
Black Earth Rising conferma la grande qualità della serie anche dal punto di vista tecnico: la fotografia di Hubert Taczanowski sfrutta i contrasti cromatici dal significato anche metaforico e la luminosità e il calore dei paesaggi del Ruanda, mentre i titoli di testa sulle note di You Want It Darker di Leonard Cohen portano immediatamente il pubblico nell'atmosfera e nelle tematiche affrontate nelle puntate. Il montaggio curato da Jason Krasucki, che non ha avuto un compito facile, riesce infine a dare ordine e chiarezza alle storie dei protagonisti e la visione in binge watching resa possibile da Netflix permette di non sentire il peso delle questioni che nel corso delle puntate rimangono in sospeso fino al finale, tenendo alto il ritmo della narrazione.

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Conclusione

Black Earth Rising conferma la capacità di Hugo Blick di affrontare con intelligenza tematiche rilevanti a livello politico e sociale, sfruttando al meglio l'ottima performance di Michaela Coel che si impone come una delle attrici della nuova generazione da tenere d'occhio grazie a un'interpretazione misurata ed emozionante, mentre l'esperienza degli altri membri del cast la sostiene con efficacia e Goodman si conferma una garanzia nella sua capacità di trasmettere calore e suscitare grande empatia. La regia e la sceneggiatura sono ben curate e costruite per parlare del rapporto tra nazioni sfruttando un racconto personale che rende impossibile non lasciarsi coinvolgere seguendo la storia di Kate, pur rendendo forse fin troppo intricato un intreccio che rischia di allontanare l'attenzione degli spettatori meno pazienti.

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Beatrice Pagan
Redattore
4.0 4.0
Cinecittà World
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